L’economia si cambia col modello Uber, ma quale? Pensiero unico gender? D’oh!

8 AGO 20
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Al direttore - Il Foglio di ieri, per chi si occupa seriamente della rinascita del paese, è da collezione: il suo pezzo e soprattutto (abbozzi), quello del presidente di Confindustria, sono “il manifesto della seconda rivoluzione industriale”. Una rivoluzione, come si capisce inequivocabilmente dai due interventi, che non può accontentarsi d’intervenire sui mezzi di produzione (come le convenzionali e classiche “seconda” – avvento dell’elettricità e petrolio – e “terza”, quella dell’elettronica) ed essere solo volano di crescita e sviluppo, ma avviare una trasformazione socio-culturale e politica. Principali protagonisti devono essere le grandi associazioni di rappresentanza, che però devono fare quella roba lì, cioè rappresentare, dunque sedersi a un tavolo, contrattare e decidere. Sperare, come invece si ostinano a fare, in riconoscimenti legislativi o, peggio, in nuovi patti concertativi, è fuori tempo e fuori luogo. Intanto perché a Renzi non passa neppure per l’anticamera del cervello, poi per fare certi patti bisogna fidarsi dei proprio interlocutori, e qui tra baci rapiti, unions e festeggiamenti di centenari, non è aria.
Valerio Gironi
Al direttore - Se il renzismo economico d’attacco deve essere Uber allora che sia UberPop. Altrimenti si resta nei 0,5 che diventano, forse, vediamo, 0,6. E’ la differenza tra un’onesta lenzuolata e un Big Bang. E mentre in città si girerà meglio ci sarà tanto da fare per chi governa. La disintermediazione (e anche di più gli sviluppi a breve di robotica e automazione) apre grandi prospettive (e comunque sono un dato di fatto) ma mette in difficoltà oggettive molte persone. Per costoro serviranno sì tutele crescenti, intelligenti e soprattutto mai sperimentate finora.
Giuseppe De Filippi
Capisco il punto e la provocazione. Ma credere che un progetto come UberPop – che per chi non lo sapesse è un servizio che permette a chiunque, o quasi, di usare la propria auto per lavorare come autista – possa essere il simbolo di un Big Bang economico è, con le debite proporzioni, come credere che basti essere un “cittadino” (cit.) per poter fare il deputato. E ogni riferimento a movimenti esistenti o a fatti realmente accaduti non è puramente casuale.
Al direttore - Le statistiche Istat sull’occupazione sono ricavate da un “disegno campionario a due stadi, rispettivamente comuni e famiglie, con stratificazione delle unità di primo stadio”. Le stime mensili, è sempre l’Istat che parla, “sono prodotte a circa 30 giorni dal mese di riferimento, in forma provvisoria, perché basate su una parte del campione riferito al mese (circa 20 mila famiglie, pari a circa 46 mila individui, per il mese di febbraio)”. Orbene, per quanto stratificato a due stadi, non credo ci sia disegno campionario formato da 46 mila individui che possa attribuire significatività statistica a una differenza dello 0,1 per cento. In altre parole, niente da eccepire sui dati Istat che indicano un aumento dal 12,6 al 12,7 per cento del tasso di disoccupazione nel mese di febbraio, ma gradirei sapere dallo stesso Istituto se può escludere che questo aumento, anziché statisticamente significativo, e dunque per convenzione reale, possa essere nient’altro che un effetto dovuto al campionamento.
Roberto Volpi
Al direttore - Storicamente, i Griffin hanno raccolto il testimone dei Simpson, aggiungendo quel sovrappiù di political uncorrectness (mentre gradualmente in stucchevole marketta obamiana la saga di Homer & co. si tramutava) che li ha resi e li rende capaci di fare a pezzi, con agilità prodigiosa, intoccabili miti della contemporaneità. Ad esempio, in una puntata che sembra ideata da Jeremy Irons, il padre, Peter, propone al figlio Chris di sposarlo, allo scopo di mettere le mani sul lauto patrimonio che quest’ultimo si accinge a ereditare. All’obiezione del figlio: “Sembra un tantino strano, insomma un uomo non dovrebbe sposare una donna?”, Peter ribatte: “No, tu ti riferisci alla storia dell’umanità, ma non agli ultimi 5 mesi”. Battuta spassosa, ma con retrogusto amaro: quei “5 mesi” sono stati elevati ormai a “diritto umano” (stando al PE), a materia di insegnamento nelle scuole, a dogma non suscettibile di critiche, pena osceni autodafé di cui l’affaire D&G è solo l’ultimo esempio. E chissà cosa ci aspetta ancora, nei “prossimi 5 mesi”.
Daniele Montani
Pensiero unico gender? D’oh!